In questo articolo, proseguiamo con l’intervista a Eleonora Roaro, artista attratta dalla video arte e dalla multimedialità.

S: Cos’è per te lo spazio, quali sono i tipi di spazi e di luoghi che ti interessano, che ti piacerebbe esplorare, sui quali ti piacerebbe lavorare.

E: Ho iniziato a indagare lo spazio interessandomi a due tipi di spazi, o le specie di spazi come direbbe Georges Perec. Uno è lo spazio naturale inteso come luogo contraddittorio, cioè uno spazio che percepiamo come incontaminato – lo spazio desertico, per esempio –, ma che in realtà è figlio di un approccio di matrice modernista, di uno sguardo che va alla ricerca di uno spazio idilliaco, da conquistare, uno spazio non toccato dall’uomo in opposizione a quello urbanizzato.

Eleonora Roaro: La nube, video installazione Museo delle Arti di Carrara
Eleonora Roaro: un frame di La nube, video installazione Museo delle Arti di Carrara

Il video ambientato presso lo Spiral Jetty incarna questo discorso. Smithson scelse quella location, un posto bellissimo e incontaminato, perché gli statunitensi cercarono a lungo di estrarvi il petrolio. L’arte, in quel caso, diventava una forma di tutela del territorio.

Ora diventa uno spazio quasi struggente, drammatico perché è diventato il chiaro segno di un cambiamento climatico. La bellezza che noi percepiamo è di qualcosa che sta finendo.

Un lavoro che feci nei luoghi preistorici della Cornovaglia mostra uno dei primi interventi sul paesaggio da parte dell’essere umano che ha riposizionato le pietre presenti in quel territorio per costruire una proto-architettura. Io compivo un’azione molto semplice: in sette video della durata di un secondo facevo scoppiare dei palloncini.

Il “secondo” corrisponde all’epoca dell’Antropocene e simboleggia l’impatto che l’essere umano che, con la sua attività antropica, ha avuto sull’ecosistema terrestre. Il tempo che va dalle rivoluzioni industriali ad oggi corrisponde a un secondo rispetto al tempo profondo, geologico.

Anche le rappresentazioni del Romanticismo inglese molto spesso riprendono Stonehenge e questo tipo di luoghi come primigeni. Nel caso di Fiat 633NM – un’installazione audio-video sul colonialismo italiano nei territori all’epoca chiamati Africa Orientale Italiana, corrispondenti oggi a Etiopia, Eritrea e Somalia – il lavoro era costituito da due elementi principali tra loro contrapposti: le fotografie in slideshow appartenute al mio bisnonno e il panorama di un paesaggio desertico che non esiste, che ho assemblato a partire da cartoline dell’epoca.

Eleonora Roaro: Fiat 1936, video installazione
Eleonora Roaro: Fiat 1936, video installazione

L’idea di un deserto, di una natura incontaminata da conquistare, legittimava la retorica fascista e la retorica del colonialismo in generale.
Un altro spazio formativo per me è stato quello delle sale cinematografiche.

Parlare dei cinema, metonimicamente, è un modo per parlare della città che ospita queste sale, dei cambiamenti che hanno subito e, soprattutto, del ruolo che ha oggi il cinema.

Negli anni ‘30, così come negli anni ’50, il cinema in Italia era l’unico luogo in cui poter vedere immagini in movimento e aveva un ruolo di aggregazione sociale e di comunità, oggi svanito. La sala cinematografica diventa così il punto di convergenza tra un discorso sull’infrastruttura, sulla storia e sullo spazio urbano.

Un discorso sociologico, sul senso che il cinema aveva per le persone e sull’affezione, sulla familiarità nei confronti di questi luoghi.

Eleonora Roaro: Fiat 1936, video installazione
Eleonora Roaro: Fiat 1936, video installazione

S Parliamo della dimensione tempo. Visto che ti basi soprattutto su video, immagino che il tempo sia fondamentale nell’elaborazione concettuale del tuo lavoro. Mi è piaciuto molto l’idea del video di un secondo. Non fai quasi in tempo a vederlo, come un messaggio subliminale.

E: Sì, era proprio pensato proprio per non essere visto, per essere effimero: in una installazione multicanale, l’osservatore sta al centro; quando sente l’esplosione si gira e il video non lo vede più. Il concetto di time-based media è molto importante per me, e in generale penso lo sia per tutti gli artisti che lavorano con i video e non fanno i film maker.

Interrogarsi su come il tuo lavoro verrà fruito è fondamentale. In gran parte dei miei lavori il tempo lo mette lo spettatore che decide quanto stare davanti a un’opera. Ci può stare un secondo o sei ore, se gli interessa un approccio meditativo.

Ho realizzato un video con Katy Richardson, 30/07/2017, una performance in diretta YouTube durata 16 ore per il decimo anniversario della morte dei registi Bergman ed Antonioni. Io non mi aspettavo che qualcuno stesse collegato così a lungo – cosa che peraltro alcune persone hanno fatto –, ma per il tipo di azione che noi compivamo potevano guardarci per un minuto, o per un’ora e il risultato, per me, non cambiava.

Era un omaggio e, nel contempo, una critica, al male gaze portato avanti dal cinema in cui la donna spesso non ha possibilità di azione, ma è lì unicamente per lo sguardo maschile.

Così, noi non abbiamo fatto nulla per 16 ore se non stare davanti alla camera, ci sdraiavamo, cambiavamo posizione, ci sedevamo, un po’ dormivamo, ma non potevamo mangiare, né bere. Eravamo vestite come Monica Vitti in La notte, con un abito nero, nelle nostre camere da letto che avevamo ricostruito nello stesso modo.

Ci eravamo date due regole: stare dentro l’inquadratura e non fare niente. Avevamo come riferimenti visivi alcune scene di film dei due registi in cui le attrici stavano stradiate sul letto o sul pavimento senza fare nulla se non aspettare. È interessante notare che io e lei in alcuni momenti facciamo la stessa cosa senza esserci messe d’accordo, senza vederci.

Eleonora Roaro: La nube, video installazione Museo delle Arti di Carrara
Eleonora Roaro: La nube, video installazione Museo delle Arti di Carrara

Invece, i dodici brani de LA NUBE hanno alcuni elementi che ritornano. La cornice narrativa del progetto è la casa della ZIA che marca i cambiamenti nel tempo, le trasformazioni del paesaggio, dei beni di consumo, del modo di vivere. È una riflessione anche su un momento storico, quindi sul tempo inteso come Storia.

Per quanto riguarda il senso del tempo legato alla fruizione, mi ha fatto piacere vedere che alla mostra le persone tendenzialmente stessero per tutti i 27 minuti davanti al video. In una collettiva magari il tempo che dedichi alle singole opere è diverso.

Per quanto riguarda il concetto di tempo, una delle domande che spinge il mio lavoro è la seguente: qual è la differenza tra un artista e uno storico, uno storico dell’arte, uno storico del cinema? Ad oggi non ho una risposta, anche se so che sono due ambiti diversi. Il mio interesse per il tempo come Storia si traduce nella ricerca su materiali d’archivio, nel raccontare un momento storico.

S: Che rapporto hai con il pubblico? Come costruisci e percepisci questo rapporto?

E: Spero di bucare la parete della microbolla dell’arte, anche se è sempre molto difficile riuscire ad uscire da un discorso che riguarda sempre le solite persone. Mi ha fatto piacere che con questo lavoro di Carrara ciò sia avvenuto. Il pubblico alla mostra era composto dalla comunità locale, così come il disco è stato ascoltato da persone estranee al mondo dell’arte.

S: Se ti dico “personaggi” che cosa ti viene in mente?

E: Spesso lavoro con la performance: sebbene non mi concepisca come una performer mi viene naturale immedesimarmi nel personaggio di cui parlo. Nel caso di Irma Vep, l’ho concepito come un personaggio collettivo, la somma di questioni che ho ritrovato in più sex worker che io cerco di restituire.

O ancora, nel video LA NUBE io sono diventata la ZIA, l’acronimo di Zona Industriale Apuana: la figura retorica della personificazione racconta il problema della devastazione ambientale. La ZIA è la prima vittima delle proprie azioni, perché anche lei abita in quel medesimo territorio.

 

 

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