Questa settimana dedichiamo un articolo al progetto multimediale di Fabio Bonelli, fra le proposte dell’edizione XXVII di Danae Festival, a Milano, edizione contrassegnata. come d’abitudine, da multidisciplinarietà, nonché da un forte desiderio di ricerca e di esplorazione da parte degli organizzatori/fondatori, Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani.
L’autore di questo lavoro, Fabio Bonelli è una presenza nota al Festival per il quale ha realizzato “Il sogno di 100 candele” (2021), performance che si sviluppava “piano, dal buio alla luce, dal silenzio a una sinfonia di suoni minimi e armonici” ed era incentrata sulla riflessione “sul rapporto tra oscurità e luce, silenzio e armonia, vuoto e pieno” così da approdare alla costruzione di “un enorme carillon di strumenti che si attivano via via che le candele prendono vita”.

Con Totem, l’opera presentata a Danae Festival quest’anno, il musicista – con una formazione di chitarrista – continua la sua ricerca applicata all’ “unione fra quotidianità e incanto” e lo fa con il ricorso a una compresenza di linguaggi diversi: dagli strumenti a corda (violencello e chitarra), amplificati ed elaborati acusticamente, all’uso di videoinstallazioni con audio derivato da interviste.
Inizialmente, il progetto sarebbe dovuto andare in un’altra direzione, ovvero, una raccolta di oggetti da “suonare” legati a un ricordo, ma l’autore, dopo essere entrato in contatto con le storie personali relative ad essi, ha deciso di valorizzare proprio le storie medesime.
L’elemento centrale è costituito, così, dall’indagine attorno al significato affettivo degli oggetti per le persone. Nello specifico, la domanda di fondo posta ai partecipanti è “Cosa racchiude un oggetto che appartiene al ricordo?”. Nel corso di una serie di residenze artistiche condotte a Milano, Vimodrone, Asiago (per ora), Bonelli ha raccolto svariate testimonianze di persone durante incontri appositamente concordati, dove ciascuno è stato invitato a portare e a parlare di un oggetto significativo sul piano emozionale.
Un’operazione che, immediatamente, evidenzia la discrepanza fra il valore commerciale e quello personale attribuito alle cose. I gioielli di famiglia, infatti, sono stati del tutto ignorati, niente brillanti della nonna, né cipolloni d’oro del prozio. Al più, come si è potuto vedere, un vecchio orologio da taschino forse d’argento, forse no, del valore inferiore ai cinque euro, da tempo rifiutatosi di funzionare, o qualche posata d’argento con punzonatura ben visibile.
In una società dove tutti i mezzi di comunicazione, non solo i social, amplificano la brama del possesso di merci-feticci da esibire per il loro prezzo smodato – sempre più spesso inversamente proporzionale alla qualità del prodotto – l’apoteosi di oggetti apparentemente insignificanti, senza valore alcuno sul profilo economico, ma inestimabili per chi li possiede, appare senza dubbio sorprendente.
La richiesta ai partecipanti di visionare e presentare questi oggetti – che diventano in qualche modo “magici”, dotati di un potere che nessuna quotazione di mercato potrà mai superare – ha generato un’esibizione rituale di frammenti di quotidianità fra i più disparati, accomunati dall’importanza rivestita per i loro proprietari.
Sono regali di amici/parenti, o acquisti coincidenti con momenti particolari e significativi della propria vita. Da quel che emerge, questi oggetti, nella maggior parte dei casi sono “reliquie” di famiglia, legate alla presenza di persone con le quali si è instaurato un legame duraturo , o, al contrario, si è entrati in sintonia durante un incontro temporaneo durante un viaggio “di formazione” .
Così, nel video scorrono immagini e racconti riguardanti una bottiglia di whisky comprata poco prima di avanzare una proposta di matrimonio, coniglietti-sculture sostitutivi di coniglietti veri ormai defunti, una cartolina, un fiore esotico, videogiochi archeologici, un telefono a muro, un pelapatate svizzero (di alta precisione si suppone), un libro di Nietsche, una bussola, un set di sottobicchieri di plastica coloratissima semitrasparente, solo per citarne alcuni.
Tutti questi elementi ripresi dalla telecamera convivono con le descrizioni audio delle interviste; le immagini e suoni provenienti dallo schermo, entrano, a loro volta, in dialogo con la musica eseguita dal vivo dall’autore stesso – impegnato alla chitarra – e dalla violoncellista Martina Rudic. Entrambi gli strumenti sono amplificati e modificati elettronicamente.
Gli oggetti e i ricordi a loro connessi sono i protagonisti, attraverso il loro disvelamento, la loro esplorazione effettuata attraverso la telecamera, prima a minuscoli bocconi, con immagini di piccoli dettagli geometrici, francobolli-frammenti di memoria che mettono a fuoco quel che viene dal passato, come in una scoperta progressiva, per poi estendersi a tutta la superficie dello schermo.
Il racconto procede con un andamento volutamente irregolare sul piano narrativo, frammenti di racconto possono ritornare, oppure alcuni oggetti possono ricevere più attenzione di altri, diventare lenti magiche attraverso le quali guardare il mondo. Questo capitava a una delle intervistate che utilizzava, appunto, i sottobicchieri di plastica colorata e trasparente come lenti speciali per esaltare i colori della realtà (nel caso di verdi e azzurri usati per il cielo o per gli alberi), o per trasformarli in modo radicale e proiettarsi in una dimensione del tutto visionaria (con gli arancio, i rossi, i rosa).
Poiché questi oggetti sono stati raccolti con il “filtro” del legame a un ricordo, alla memoria, a un evento passato, si collocano in una dimensione temporale più o meno lontana. Ciò implica un atto di “raccolta” non solo delle proprie idee, uno sforzo mentale con cui si torna indietro, ma anche un processo di selezione con cui si accorda priorità a un oggetto invece che a un altro. Una selezione “naturale” di ciò che risulta più rappresentativo per la propria affettività e per il proprio benessere interiore.
Ciascuno degli intervistati ha proposto così un oggetto “consacrato” dal ricordo e dal valore affettivo attribuitogli, destinato ad accrescersi (o anche a spegnersi) nel corso del tempo.
L’operazione, proprio per la motivazione basata sull’importanza del “ricordo” che impreziosisce, rende “inestimabile” e unico l’oggetto presentato, rimanda necessariamente al concetto di malinconia. Poiché sovente questi frammenti di vita passata possono ricordare persone che non ci sono più, o si riferiscono in modo diretto al trascorrere del tempo (e quindi un avvicinamento alla propria morte, con il conto alla rovescia del nostro invisibile cronometro personale).
A questo proposito viene abbastanza spontaneo chiedere quale sia l’oggetto che Bonelli sceglierebbe.L

a risposta non casuale, data dall’autore di un progetto dove ricordo e malinconia si fondono è “un vecchio vinile degli Europe con The final count-down comprato alle medie durante una gita scolastica”, perché gli richiama il periodo di incertezza, smarrimento, sospensione tipico dell’adolescenza.
Locandina:
Totem
ideato e realizzato da Fabio Bonelli, con il prezioso e fondamentale contributo di tutte le persone che hanno donato la loro voce e le loro storie a TOTEM
con il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia finanziato da Regione Lombardia e dal Ministero della Cultura
