A Milano il Fringe Italia Off è arrivato alla settima stagione e si svolge in molti luoghi della città, a coprire pressoché tutte le sue zone, dal centro alle estremità ai quattro punti cardinali.
Questa settimana cogliamo l’occasione del Fringe per parlare di patriarcato, attraverso il suo contrario: il matriarcato. Una specie di paradosso efficace che sollecita (almeno si spera) gli spettatori di sesso maschile ad adottare un punto di vista femminile di vedere la realtà e le relazioni umane che la attraversano; le spettatrici a fare i conti con “deformazioni professionali” di ruolo e di genere.
Questa scelta di “mondo alla rovescia” è pensata dalla drammaturga-regista Marianna Esposito per il testo Al suo posto, in scena allo spazio Parco Center (Via Binda 30), interpretato da quattro attori Diego Paul Galtieri, Giulio Federico Janni, Francesco Meola, Libero Stelluti (compagnia TeatRing).
Ai personaggi in scena sono assegnati tutti i “luoghi comuni” che contraddistinguono i rapporti di genere, ma in particolare di coppia, creati da una secolare, anzi millenaria cultura patriarcale, ma li vivono con un ribaltamento di ruoli, perché si trovano immersi in una società dove a dominare sono le donne.
Donne violente, che uccidono, strangolano, violentano, picchiano, manipolano, perseguitano, abusano, ricattano, ordinano, minacciano a proprio piacimento tutti i membri appartenenti al loro inferno domestico.
Così attorno a un tavolo, i quattro uomini protagonisti, mentre versano tazze di tè e controllano smatphone in modo compulsivo – come farebbero quattro stereotipate figure femminili – dialogano e poco per volta rivelano il loro vissuto. Un vissuto sostanzialmente fatto di soprusi e violenze subite dalle donne matriarcali immaginate dall’autrice, modellate su ciò che troppe donne vivono in prima persona a causa di rapporti disfunzionali fra i sessi – ma senza il beneficio della finzione teatrale, della provocazione a scopo di shock terapeutico.
In modo paradossale, le sue donne matriarcali sono donne che agiscono come uomini. Non si tratta, in sostanza, di amazzoni, o di donne che sanno gestire il loro potere in modo costruttivo per cambiare il mondo in meglio. Il matriarcato in questo caso è semplicemente “patriarcato femminile” imposto a uomini-femmina. Non è una società matriarcale “alternativa” al modello maschilista, ma un modello costruito sugli stereotipi del maschilismo e applicato-trasferito a donne-uomine.
Espressioni quotidiane, intercalari, traduzioni letterali al femminile di tutti quei modi di dire attraverso i quali trapela un universo costruito dagli uomini per gli uomini. Così “Oh dio” diventa “Oh dea”, gli uomini pensano in modo ossessivo alla manicure (ma in realtà lo fanno comunque), portano i figli al Museo, “Burger King” diventa “Burger Queen” e il profumo “Denim” è fatto per le “donne che non devono chiedere mai” intanto gli uomini subiscono di tutto.
I notiziari radiofonici ricostruiscono un mondo incentrato su donne “cattive”, prepotenti, controllanti, bugiarde, alcoliste violente e manesche. L’elenco di nefandezze è molto lungo e variegato, più o meno un concentrato di ciò che abbiamo potuto scoprire, apprendere, sperimentare nel corso della nostra vita, molto più facilmente che dai media, impegnati con stakanovistica solerzia a riportare più o meno quotidianamente l’ennesima carneficina famigliare-familiare.
La rigorosa divisione di compiti e di ruoli a seconda dei generi sessuali sui quali si basano i dialoghi imbriglia i personaggi e li trasforma in marionette succubi delle loro metà. Le matriarche sono pessime quanto i patriarchi, anzi, sono proprio identiche a costoro. In questa lettura le donne non propongono modelli alternativi, agiscono sostanzialmente come uomini della peggior specie.
Parallelamente i personaggi sulla scena, interpretano uomini che purtroppo agiscono come molte donne nella realtà quotidiana, fanno molta fatica a liberarsi da vincoli, schemi, abitudini, ricatti e scriviamolo pure, anche “comodità”, o in termini più forbiti “benefici secondari”, anche fino alle estreme conseguenze.
Perché è difficile mettere in radicale discussione principi che in troppi casi sono stati inculcati fin dall’infanzia dai genitori e, in particolare, dalla madre-patriarcale, proprio per quella centralità assegnatale nell’educazione dei figli da quel tipo di società. Questo indipendentemente dalla classe di appartenenza e dalle disponibilità economiche, dal grado di istruzione.
Anzi, a giudicare da quello che si vede in giro, per esempio nei parchi cittadini, in “insospettabili” quartieri benestanti – quindi abitati da persone con un livello culturale medio-alto o alto – si possono osservare inquietanti “scene” dove vige una feroce ripartizione maschile-femminile. Le bambine sono spesso escluse dal gioco del pallone. O se le fanno giocare sono marginali, tenute lontane dai passaggi fondamentali.
Fino agli anni Ottanta e forse anche durante una parte dei Novanta, per le strade fatine e principesse si vedevano solo a Carnevale. Ora possono avvistare in qualunque periodo dell’anno, con una frequenza quasi quotidiana. Corrispettivi Uomini Ragno o Supermansono asenti e questo non è detto che sia un fatto positivo, potrebbe invece indicare che ai bambini si insegna a comportarsi in modo “serio”, a coltivare atteggiamenti meno sradicati dalla realtà.
Rifugiarsi in un mondo fantastico impedisce di capire e di leggere ciò che ci circonda. Il pericolo di creare molte Belle Addormentate in attesa del Principe Azzurro è concreto.
Un ripasso generale degli stereotipi di genere applicati direttamente sulla pelle maschile può essere un modo di spingere maschie e femmini, donni e uomine a farsi alcune domande sui rispettivi rapporti e comportamenti in privato e in pubblico.
