Djurberg-Berg- II

I video elaborati da Nathalie Djurberg (con le musiche di Hans Berg) sono un flusso di coscienza che ci rivela il mondo interiore dell’artista che, come spiega durante un’intervista presentazione della mostra al museo di Stoccolma, esplora senza barriere e senza preordinare ciò che le detta l’intuizione. Un inconscio personale che diventa, però, anche quello di tutti, in quanto essere umani.

Ovvero ciò che fluisce direttamente dal suo inconscio, con i suoi conflitti, paure, angoli oscuri, associazioni proibite, con estremo coraggio e determinazione. Un immaginario ricchissimo che può condividere con gli altri esseri umani che osservano il frutto del suo lavoro proprio in virtù di una comunanza di specie, di una condivisione dei meccanismi di “funzionamento” della psiche umana.

“The dark side of the moon” (2017) è incentrato sulla scoperta di un segreto che in realtà non esiste.  Il video è tutto giocato sull’attesa, sul mistero di qualche cosa che non c’è. Una ragazza vestita di azzurro, come Alice nel paese delle meraviglie, cerca disperatamente di aprire la porticina di una capanna in un bosco, osservata da un porcello che si nasconde dietro un tronco di un albero e alcuni funghi.

Si tratta di una foresta incantata dove il tetto della casetta si piega e ride, il lampione si muove. Questi personaggi sono brutti e disgustosi, sgradevoli. In “One need not be a house. The Brain has corridors”  i personaggi si muovono in un gigantesco modellino di un appartamento labirintico che occupa una grande stanza. Piccole porte di legno, pareti con carta da parati geometrico-floreale e pavimento a scacchiera aspettano gli “attori” immortalati in stop-motion.

Quando anima un personaggio adotta il suo punto di vista, empatizza, se non lo sente vicino perde interesse, se non si relaziona con il personaggio perde immediatamente senso animarlo. Non è un caso se nel chiedersi a chi sia diretta la sua arte, per chi la produca, a chi voglia comunicare, la risposta che si dà Djurberg è a se stessa.

Tutto ciò che realizza attraverso il suo lavoro artistico è un modo di scooprire chi è lei stessa e per lei in questo consiste la sua ricerca. Le sensazioni e le emozioni sono lasciate libere, percepite e guardate. Posto che lei è un essere umano e quindi condivide alcune caratteristiche con il pubblico ci sono alcune emozioni che possono essere condivise e possono risuonare anche per gli altri.

In tutto ciò l’artista è anche “spaventata” di quello che emerge, trova in se stessa e porta all’esterno attraverso questo sistema di immagini complesse.

Nel corso di queste vere e proprie sedute di esternazione di nodi e grovigli interiori, il lavoro si concentra su tematiche precise: sfruttamento, sottomissione, avidità, gelosia, paura, perdita. Djulberg quando inizia il lavoro non sa ancora esattamente dove la condurrà, ma in ogni caso, il percorso si presenta sempre molto complesso e difficile. La salvezza sono l’ironia e i colori sgargianti.

Una precisazione dell’artista riguardo il suo modus operandi rivela come preferica scoprire poco a poco quello che le interessa, una visione chiara del lavoro finito la priverebbe degli stimoli necessari, anche se in passato cercava una realizzazione “perfetta”, sia per quel che riguarda la superficie, sia per la forma.

Il corpo ha un’importanza centrale nelle sue riprese, al centro della telecamera, inquadrati nel mezzo, ci sono corpi che si muovono, si decompongono. Il suo modo per esprimersi, per inviare messaggi passa attraverso la corporeità dei suoi personaggi. I singoli personaggi si muovono, oscillano fra differenti stati emotivi: sono sgradevoli, vittime o aggressori. Contengono ciascuno molteplici caratteristiche, sono unici e identici al contempo.

Durante la sua infanzia è stata molto influenzata dai racconti tipici del folcklore svedese e in particolare dell’uso degli animali per rappresentare i difetti umani. Quando usa un animale ritiene di evidenziare una data caratteristica del personaggio. Djurberg è molto interessata dal folcklore diretto agli adulti. Così una pannocchia di strass si apre da sola e viene usata come palo da lap dance da un personaggio femminile che subito dopo sbuccia una banana e la mangia.

Uno dei pensieri espressi da Djurberg durante la presentazione della mostra a Stoccolma è la considerazione dell’arte come una delle pochissime aree della società dove ci si aspetta che siano sovvertite e calpestate tutte le regole. Se all’inizio trovava difficile rapportarsi con il concetto molto ingombrante di arte, si è ritagliata la propria idea, che coincide con una dimensione aperta e libera sul piano sociale, dove si possono ignorare tutte le regole.

In questo spazio “libero”, Djurberg inserisce la folla dei suoi personaggi nati dal proprio mondo immaginifico, mostri, creature fantastiche, uccelli, fiori giganti, pianeti che saltano, bocche che si spalancano, masticano, leccano, inghiottono, un flusso pressoché inesauribile che scorre senza censure e inibizioni. Non a caso non fa pause durante le riprese finché non ha terminato, le animazioni le vengono in mente in modo spontaneo e quindi è necessario “assecondare” le loro apparizioni.

Come in un processo di scrittura automatica, si deve lasciare correre la mente in libertà per far uscire ciò che è “costretto” dentro, civilizzato, sepolto, nascosto. In questo contesto, come dichiara, l’animazione è per lei la forma più adatta di esprimersi perché dispone di molte immagini, anziché di una soltanto.

Per quanto riguarda la musica, è composta simultaneamente alla situazione animata, non è un lavoro in postproduzione. I due artisti comunicano durane le riprese video dell’animazione.

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