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Francesca Marconi – Teatri di comunità – III Parte – DRAMMATURGIE URBANE – playwriting in urban space

Francesca Marconi – Teatri di comunità – III Parte

Continiuamo il discorso con Francesca Marconi e di fronte alla ricchezza di umanità dei suoi lavori, a questo punto, passo a chiedere alla nostra ospite di parlarmi del concetto di

PERSONAGGI

e che cosa siano per lei, come li senta, come li faccia vivere. La invito a non lasciarsi depistare dall’uso canonico del termine. Dal mio punto di vista, nelle situazioni legate alla drammaturgia urbana i personaggi di solito sono i cittadini che, d’altra parte nel momento in cui li osservi e li inserisci in un’opera, in un progetto si trasformano in personaggi, o in attori, a seconda dei casi. Certo esulano dal senso tradizionale, classico attribuito al personaggio alla Romeo, o alla Giulietta, perché in questi casi siamo lontani dalla fiction. Si tratta piuttosto di persone-personaggi ed emerge tutta l’ambiguità dell’uso di questo termine.

Ulysses di Francesca Marconi. Videoinstallazione, Milano
Francesca Marconi: Ulysses. Videoinstallazione. Milano

“I personaggi sono le persone. O anche il contrario. Nel senso che per me sono tutti personaggi. C’è sempre un lato interessante, spaesante, di alterità che è quello che mi affascina. Nel luogo dove lavoro, in via Padova, ti metti con la sedia davanti a casa e osservi. Lo faccio spesso. Guardo fuori. Mi diverto molto a vedere come si vestono le persone, al di là dei codici completamente diversi, non solo estetici, anche legati al corpo. Vorrei andare da loro e abbracciarli, dire quanto sono coraggiosi. Vedo i miei limiti di pensiero, di costruzioni, ne sono/siamo pieni. Facce segnate, corpi vissuti, ne sono affascinata.

Da questa prospettiva, l’installazione audio Todes – realizzata attraverso l’apporto di una cinquantina di persone che ho intervistato qui nel quartiere – è incredibile, rispetto alla descrizione collettiva del corpo meticcio, corpo di tutti. Se fosse un corpo vero e tridimensionale sarebbe quello di un transessuale. Questo lavoro mi sembra carico di segni diversi che effettivamente restituiscono la complessità che si può avere e sperare, culturalmente di assumere, cogliere, imparare.”

Chiedo a Francesca Marconi di citarmi qualche altro esempio di persone-personaggi particolarmente significativi per la sua esperienza.

“Un personaggio è stato importante per me. Si chiamava Francesca ed è comparsa in un mio lavoro di alcuni anni fa  Il cuore capovolto. Era una donna senza fissa dimora. L’avevo conosciuta in un corso di formazione per persone svantaggiate. Quando sono entrata per la prima volta emozionata per tenere il corso ho scoperto che i partecipanti erano lì perchè venivano pagati (forse 50 mila lire al mese…), di sicuro non perché erano interessati al mio laboratorio. Durava sei mesi.

Abbiamo fatto un documentario insieme sulla loro vita. E’ stato un lavoro intensissimo, immersivo, molto coinvolgente, anche forse troppo, tanto da rischiare quasi di andare a un certo punto in burn-out. Ho frequentato per sei mesi, dalla mattina alla sera questi contesti incredibili che ti cambiano la prospettiva ed è nato poi un lavoro.

Cuore capovolto è stato un documentario di dodici minuti realizzato seguendo Francesca e altre persone del suo gruppo che parlava un po’ della sua vita e quotidinaità. Mi ricordo una scena, ripresa in un parchetto vicino ad una mensa dei poveri in cui si aspettava l’arrivo del dentista e costui era un tizio venuto da non so dove e che appoggiava su un muretto dentiere –  secondo me le rubava dai morti – e le persone che frequentavano la mensa in fila se le provavano in cerca di quella più adatta a loro…

Francesca Marconi: La città e gli occhi. Video
Francesca Marconi: “La città e gli occhi.” Video.

Nel 2001 avevano sgomberato una casa dove vivevano  famiglie con bambini di origini rom in via de Castilla, e in quel caso stavo girando un ritratto della mia città, La città degli occhi. Arrivo sul posto e i Rom hanno occupato una rotonda nei pressi di Gioia. Sono stata lì una notte. Hanno fatto un falò, mangiato insieme e suonato. Io ho dormito in uno scatolone con due donne bellissime e la mia videocamera. Sarebbe stato un peccato non superare i propri pregiudizi e le proprie paure.

La mattina mi sono svegliata e c’era un uomo che si faceva la barba, mentre il sole sorgeva, le macchine giravano intorno, le altre persone si svegliavano e uscivano dalle scatole. Una situazione terribile. Però in quel momento erano talmente forti, come comunità.

Questa descrizione mi evoca le immagini di “Miracolo a Milano”, probabilmente a quei tempi per avere a disposizione quell’immaginario era sufficiente girare fra le macerie e per i territori di “confine”, ai margini della città.

Francesca Marconi: La forma dei corpi. MiAbito
Francesca Marconi: “La forma dei corpi”, per MiAbito, curata da Gabi Scardi, Milano e Capaccio.

Più di recente, ne La forma dei corpi, ho realizzato un lavoro molto più interiore, nell’ambito del progetto “MiAbito” curato da Gabi Scardi, con alcune donne neet, che non studiavano e non lavoravano. Eravamo quattro artisti e Gabi ha chiesto a ciascuno di declinare l’abito in una forma diversa. Abbiamo costruito abiti performativi, costumi che permettono alle persone che li abitano di relazionarsi con l’esterno, in un altro modo. Gli stessi abiti di recente sono stati indossati, in una sorta di rito da cittadin* di Capaccio, un paesino del Cilento. Assumono un valore, o una carica che le stesse persone vogliono dare.

Mascherano e al contempo donano una nuova potenza espressa dal chi lo indossa, cambiano a seconda di come agisci con il corpo dentro questo abito, anche rispetto allo stesso paesaggio. Farlo a Sesto San Giovanni o a Capaccio è molto diverso. Là i bambini ci rincorrevano, urlando “la strega, la strega”, perché anche loro hanno immaginari completamente diversi da quelli di una città. Cambia la reazione che suscita l’oggetto rispetto ai luoghi.”

Le persone che hanno esperienze di vita forti, o sono profondamente diverse da me, sono i miei personaggi preferiti, quelli che mi arricchiscono di più. Anche per me diventa un confronto. Diventa interessante superare l’orizzonte. Confrontarmi con queste persone. Mi rendo conto di essere intrisa di pregiudizi, pensieri coloniali inconsapevoli e di ignoranza, per quanto, ci sia anche una parte in allerta e decisa a volersi confrontare proprio con questi temi, per mettersi in gioco.

Argentina, Demayo
Un piccolo gruppo di abitanti di una favela. Argentina.

Anche quando sono stata in Argentina nelle favelas, o in carcere in Italia, dove ho lavorato tanto, non sapevo se potevo relazionarmi, fare un progetto con loro. Sono tutti contesti con personaggi caratterizzati dalla vita stessa, con stampato sopra il loro corpo, la pelle il loro vissuto, doloroso per sé e per gli altri.”

Chiedo a Francesca di parlarmi del concetto di

Intreccio, trama.

“Per me le parole “intreccio”, “rete” sono assolutamente fondamentali nel mio lavoro, perché tutte le mie opere essendo collettive sono costruite da intrecci. Ogni immaginario, drammaturgia, discorso,  si realizza nell’opera collettiva solo attraverso questi intrecci. Essi creano l’opera, una sorta di dichiarazione.
La parola “intrecci” rimanda anche ad associazioni di pensieri che non sono così facili apparentemente nel reale.

In Todes mi è capitato di raccogliere frasi dette da persone molto diverse, per esempio da un bambino di undici anni, da una prostituta salvadoregna di ventisette anni e di un adolescente di seconda generazione di origino marocchine. Nel lavoro, far risuonare queste vicinanze, questi intrecci che ci sono, ma apparentemente non sono svelati, metterli vicini, accostarli è molto interessante. Si tratta di una spinta verso l’unione trasversale dei corpi, la meta a cui più tendo.

La prospettiva che mi do nei miei lavori è mettere vicino cose o persone completamente dissonanti che invece possono non esserlo per altri fattori; oppure parto da dissonanze e conflitti ai quali però presto cure, per esempio creando uno spazio adatto, dove magari si possa creare un incontro, uno spostamento, una flessione. Parlo sul piano simbolico, ma possono avere riflessi a livello della realtà. Sono possibilità, da cucire, ricamare insieme.”

Affrontiamo ora l’ultima tappa del percorso, ma non per questo meno importante. Anzi, è la principale: il rapporto con il….

…Pubblico

Chiedo a Francesca di spiegare come lavori rispetto allo spettatore, che cosa le piacerebbe ottenere dal pubblico, come si propone e che cosa propone al medesimo ed eventualmente quale sia il suo pubblico ideale.

“Il mio pubblico ideale sono le reti di persone che si creano e con le quali lavoro, in una data comunità. La comunità si fa anche attraverso progetti di partecipazione…Non disdegnerei neanche un pubblico di operatori dell’arte, ma preferirei che venissero loro da noi…

Scelgo spesso i luoghi come vetrine, negozi, spazi pubblici dove la gente non è obbligata a intervenire si ferma se ne ha voglia, per quanto ne ha voglia. La libertà dello spettatore nella fruizione per me è molto importante, anche se non è la modalità che propongo per tutto quello che realizzo. Cerco di lasciare spazio allo spettatore per creare in modo autonomo i suoi collegamenti.

Quando io stessa faccio parte del “pubblico” non mi piace andare a vedere spettacoli in cui manca spazio per la mia immaginazione, dove mi è detto, raccontato tutto. In quei casi faccio un po’ fatica e quindi spero di evitare di fare proposte analoghe. La paura di essere troppo retorici è in agguato. Secondo me un’opera deve far sì che lo spettatore si costruisca un suo percorso intellettuale, di immaginazione, di prospettive, collegamenti. Questo è l’aspetto che mi interessa di più. Non mi reputo minimamente un’artista concettuale, sono di pancia, sentimento, d’istinto.

Ulysses di Francesca Marconi. Videoinstallazione, Milano
Francesca Marconi: Ulysses. Progetto di arte partecipata. Nella foto: frame dalla videoinstallazione. Milano

Francesca a questo punto, sente l’esigenza di esprimere qualche osservazione a proposito di un altro concetto, “il tempo” che, in realtà, non rientra deliberatamente nella griglia che propongo (ai motivi che mi hanno portata a questa esclusione vale la pena dedicare in futuro una spiegazione).

“Il tempo è un’altra variante fondamentale nei miei progetti e in tutto quel che ci siamo detti. Per lavorare con le persone, per creare progetti ci vuole davvero tanto tempo. Mi piace avere progetti aperti che possano andare avanti per anni. Per esempio, potrei andare avanti per molto a chiedere alle persone di mandarmi copie dell’Odissea nelle lingue diverse presenti in via Padova, o a chiedere di danzare per Internazionale Corazon.
Le relazioni come i progetti si costruiscono in tanto tempo. Ma tempo e economia sono nemici. Un altro gap rimane la distanza o l’assenza di un reale confronto tra il sociale e le Istituzioni artistiche o culturali del nostro Paese.”

Con queste ultime riflessioni, la nostra ospite apre ulteriori spunti di riflessione, sia perché mi “obbliga” a spiegare al più presto perché ho escluso dal confronto la categoria “tempo”, sia perché ha ricordato con le sue parole la difficile convivenza, coabitazione della pratica artistica in relazione al sociale e viceversa. A questo proposito, per chi non lo conoscesse, invito a leggere il fondamentale libro di Claire Bishop Artificial Hells (tradotto in italiano, Inferni Artificiali) che affronta alcune questioni nodali legate alla gestione e alla progettazione della performance, alla consapevolezza di ciò che un artista ha il compito di fare e a quelli che sono i ruoli, le responsabilità e il terreno di azione propri delle istituzioni.

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