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MU – Cesena – I Puntata – DRAMMATURGIE URBANE – playwriting in urban space

MU – Cesena – I Puntata

Le esplorazioni acustiche in ambito urbano e extraurbano, nella natura, condotte da singoli musicisti o da collettivi si ritagliano un ruolo primario, fra i diversi progetti di ricerca considerati nella nostra indagine sulle forme della teatralità fuori dal contesto teatrale.

In questo caso ci dirigiamo nel cuore dell’Emilia-Romagna per occuparci dell’associazione MU che ha sede a Cesena ed è composta da Giovanni Lami, Enrico Malatesta e Glauco Salvo.

Seguiamo fedelmente quello che dichiarano nel sito e la presentiamo come un'”organizzazione indipendente”, un “collettivo dedito al suono e alle pratiche spaziali”, la cui attività è costituita da concerti, performance, ascolti guidati e “iniziative volte alla sperimentazione in ambiti quali musica, sound art, ecologia e pedagogia”. Giovanni si occupa di soundscape, Enrico Malatesta è percussionista e ricercatore sonoro, Glauco si dedica al field recording.

Scelgo il lavoro di MU perché i suoi componenti attraverso lavori basati sull’ascolto attivo nello spazio, propongono, sollecitano le persone, i fruitori, indirettamente a porsi domande sulla realtà nella quale viviamo immersi, ma nella quale non sempre ci si accorge di stare. Specie quando ci si dimentica di compiere un’azione indispensabile all’evoluzione personale: guardarsi attorno con occhi e orecchie “nuovi”, come fosse la prima volta in cui si scoprisse il loro uso. Inoltre l’associazione per il fatto che abbia sede in una città di medie dimensioni, costituisce un luogo di esplorazione particolare, diverso da quello di una metropoli, o di una capitale.

Come nelle precedenti interviste, l’obiettivo è raccogliere riflessioni e proporre spunti per compierne di nuove,  attorno ai concetti di drammaturgia urbana, spazio, al rapporto con il pubblico e alla costruzione di una narrazione, dove i protagonisti saranno i luoghi e i suoni che li abitano.

Stefano Pilia, ÔÇô, Molo di Cervia, Elementi in collaborazione con MAGMA, 2020
Stefano Pilia, ÔÇô, Molo di Cervia, Elementi in collaborazione con MAGMA, 2020, fotografia di Chiara Pavolucci, gentilmente concessa da ass. MU

Drammaturgia urbana

Quando si affronta lo spazio extrateatrale e si insedia in esso una “narrazione”, si sollecita un pubblico a guardarsi attorno con occhi, o orecchie “nuovi”, si compie un atto drammaturgico, di fatto, dove vari livelli di conflittualità, di dialogo costituiscono gli ingredienti principali. Non è tuttavia scontato che tale azione sia concepita e intesa in questi termini da tutti gli addetti ai lavori, dai “produttori” di opere. Il concetto di drammaturgia urbana può essere percepito in modo molto diverso dagli artisti che dedicano, una piccola, o una grande parte della loro ricerca alla teatralità fuori dal teatro.

Il concetto di “drammaturgia urbana” si rivela dimensione particolarmente complessa da definire. La possibilità di partire da percezioni diverse e arrivare a diversi significati attribuiti ad essa, nel percorso di ricerca personale, lo mette in luce. Per questo, ritengo vitale evidenziare la differenza nell’intendere queste due parole associate, nell’assegnare loro un significato, in un contesto particolarmente “mobile”, eterogeneo. D’altra parte, non si tratta di definire  parole semplici, quali “tavolo” o “calorifero”.

Il termine “drammaturgia urbana” può anche essere rifiutato, almeno in apparenza, da alcuni di loro, nonostante i loro lavori – per come sono creati e collocati – appartengano, si collochino, in realtà, nell’ambito della drammaturgia urbana. O per lo meno in quello che nel nostro blog intendiamo con tali parole. Ovvero un contesto che accoglie idee differenti di “drammaturgia da esterno”, adattabile ai molteplici spazi e ai molteplici contesti ambientali. In quest’ottica, in effetti, sarebbe meglio parlare di volta in volta di drammaturgia rurale, montana, marittima…insomma drammaturgia degli spazi nella loro diversità.

Non è la prima volta che mi capita di raccogliere reazioni “allarmate”, o “sospettose”, in alcuni casi persino “timorose”, o “violente” quando chiedo di definire tale concetto. In particolare, mi pare di capire che sia la parola “drammaturgia” a scatenare idiosincrasie personali. Identificata con qualcosa di estremamente rigido, sovra e iper-strutturato, è probabilmente messa in relazione ad apparati teorico-accademici stantii, polverosi; considerata una limitazione, determinata probabilmente dalla presenza del testo scritto, sia esso copione, o partitura.

Questi ultimi diventano “gabbie”, collegate a un certo modo, a un certo mondo della produzione teatrale più canonica. O quantomeno sono percepiti come tali, in alcune interpretazioni. L’idea di drammaturgia è in questi casi istintivamente associata, probabilmente, con il teatro al chiuso “tradizionale”, con il palcoscenico di legno, la quarta parete, il boccascena, il sipario e le poltrone rosse… in sostanza con tutto il fardello di apparati suscitanti insofferenza, sentiti quali “ostacoli” alla sperimentazione, alla ricerca. Drammaturgia come “morte civile” della libertà e dell’indipendenza creativa…?

Questo approccio, la presa di distanza dalla parola “drammaturgia” sono molto lontani dalla mia personale visione e ricerca applicata allo spazio pubblico e allo spazio in generale. Nella mia interpretazione, il termine racchiude le possibilità, infinite, con cui ci si confronta con qualunque tipo di dimensione spaziale, con qualunque forma di scrittura, o altro lavoro organizzato, legati all’idea di narrazione e di teatralità fuori dal teatro: con o senza pubblico, con o senza performer “coscienti”.

Una problematica su cui tornerò in un un futuro articolo, riguarderà non solo il modo con cui ciascun artista, o ciascuno studioso si rapporta con il concetto di drammaturgia urbana, ma come lo percepisce, come si confronta, se con ostilità, o con sintonia, per quali motivi. Reazioni sulle quali è necessario riflettere, posto che si stanno rivelando un punto sensibile per le persone che si occupano di teatralità fuori dalla sala teatrale tradizionalmente intesa.

Così, quando ho chiesto a Giovanni Lami, Enrico Malatesta, Glauco Salvo di definire a loro modo il concetto di “drammaturgia urbana”, di spiegarmi che cosa rappresentasse per loro, la reazione è stata un’istintiva e forte presa di distanza. Di diffidenza, quasi di irritazione. Tutto ciò mi ha un po’ sorpresa e molto incuriosita. Perché la loro produzione e il contesto in cui operano collima precisamente con uno dei modi con cui credo si possano manifestare opere di “drammaturgia urbana”!!!

Lo sfasamento fra la percezione fluida, aperta di questo concetto sentita da me e la diffidenza verso il medesimo mostrata dai miei interlocutori è un punto da sottolineare, proprio perché rivela la problematicità non tanto della definizione, ma nel rapportarsi di ciascuno con essa. La parola “Drammaturgia”, accostata alla dimensione dell’urbano, “irrita” o “affascina”. Perché? Preferisco lasciare la domanda “aperta” (per ora…).

Tutti e tre gli intervistati, in particolare Enrico, mi specificano che la loro produzione non è originata da una “determinazione”, da una rigorosità da studiosi, o da teorici, sottolineano l’approccio sperimentale, frammentario, o persino “occasionale”. Sottolineano in sostanza il loro distacco da una progettualità fondata su strutture, più o meno rigide, imposte al loro lavoro. Con queste precisazioni e con queste premesse “rifiutano”, perciò, di darmi una definizione di “drammaturgia urbana”, quindi lasciamo “vuota” la casellina riservata alla risposta e affrontiamo una seconda, fondamentale questione…

TULE, ÔÇô, esperienza di ascolto, ass. MU, Cesena
ÔÇô-TULE. Foto di Chiara Pavolucci, gentilmente concessa da ass. MU

SPAZIO

Per quanto riguarda il rapporto con lo spazio, Enrico rimarca la necessità di separare le attività legate all’associazione MU da quelle che contraddistinguono i percorsi personali di produzione. Come gruppo di lavoro, Enrico, Giovanni e Glauco costruiscono, propongono “pratiche di ascolto attivo” (declinate in molti progetti, per esempio in TULE, con due itinerari lungo il corso del fiume Savio, fuori Cesena), esplorazioni acustiche nelle vie della città alla caccia di suoni nascosti e di stimoli percettivi; una molteplicità di accadimenti, laboratori, concerti in luoghi particolari (il porto di Ravenna nel progetto Marea), concerti di musica elettroacustica, o intrecci fra diversi generi (Radio88).

Tutta la loro produzione è intrinsecamente legata a luoghi non convenzionali, a spazi naturali, o urbani. Giovanni, di Ravenna, ci rivela che per sue questioni personali è sempre stato molto affascinato dalla zona del porto, “tutto quell’ambiente che è appena fuori dal centro ma abbastanza sconosciuto ai cittadini”. Così, “a un certo punto, è emerso in modo forte il desiderio di fare qualcosa in quell’ambiente insieme a Enrico e a Glauco. Abbiamo vinto un bando, a cui si sono aggiunti fondi privati e abbiamo realizzato questo progetto. Si è trattato di un’iniziativa mista che comprendeva concerti nell’ambito di ricerca, in posti più tradizionali, nel senso, già adibiti a ospitare concerti e laboratori. Era presente anche il collettivo DOM con un lavoro sul cammino e una mostra con video di Carlos Casas.

Leonardo Delogu di DOM, ospite di MAREA, Ravenna
Leonardo Delogu, collettivo DOM-ÔÇô-Marea-Ravenna 2018. Fotografia di NUB, gentilmente concessa da ass. MU

Il programma era fitto e diversificato fra aree artistiche, distribuito in due fine settimana. Enrico specifica che “erano previsti anche un laboratorio tecnico, uno vocale, uno dedicato all’acustica dell’area del porto in notturna. C’erano tutti gli aspetti, le componenti sui quali tutti insieme e individualmente lavoriamo: musica elettroacustica, concerti, pedagogia (laboratori per bambini), field recording.

Il laboratorio nell’area portuale di notte era tenuto da Davide Tidoni, ricercatore di Brescia, trasferitosi in Belgio. Fra i suoi lavori, si inserisce un progetto dedicato all’indagine sull’acustica degli spazi, condotta attraverso l’esplosione di un palloncino. Questo suono è molto energetico, privo di sfumature, quindi attiva molto fenomeni acustici come il riverbero, l’eco. Ti permette in un attimo di ascoltare che cosa fa la città, in che modo la città parla con i suoni che noi emettiamo nella città.

Tidoni inizia con un paio di giornate di ricerca solitaria nell’area del porto, facendo scoppiare palloncini in diversi punti dell’area del porto, trova quindi alcuni spot dove emergono fenomeni spettacolari, incredibili, dove pensi – non è possibile che un palloncino faccia tutto questo. Quindi nella fase successiva del laboratorio, per due notti si è partiti verso mezzanotte con un gruppo di dieci-dodici persone, si è effettuato un percorso della durata di circa un’ora, un’ora e mezza. Una camminata in alcune zone, con soste durante le quali si sono fatti scoppiare i palloncini per ascoltare che cosa accadesse. 

La potenza del suono, in un’occasione in particolare – avvenuta nell’atrio aperto, accessibile di un condominio enorme, di recente costruzione – è stata tanto forte da destare le attenzioni dei vicini, non particolarmente benevoli nei confronti degli esperimenti applicati all’ascolto.

Prosegue ancora Enrico: “In questo genere di progetti, gli ospiti hanno la possibilità di provare a relazionarsi in una maniera nuova, anche super-semplice in uno spazio in cui li invitiamo a fare i loro lavori.

Interviene Glauco, a questo punto. “Se posso aggiungere una cosa su MU, a proposito dei progetti più legati a spazi specifici, credo che una cosa interessante sia il fatto che non avendo noi una sede in cui facciamo le nostre cose, ogni volta siamo costretti semplicemente a cercare i posti adatti per un contenuto, o di cercare i contenuti adatti per un luogo che riteniamo interessante. A volte si creano possibilità nell’invito agli artisti o ai ricercatori che coinvolgiamo a pensare a qualcosa di specifico. O anche a fare un tentativo in relazione a un luogo che non hanno mai visto e che ha delle caratteristiche che li possono interessare. Quindi non necessariamente sono invitati a proporre il loro lavoro canonico, il loro spettacolo, il loro concerto.

Se riusciamo ad ospitare un artista, per esempio, come Seiji Morimoto – interessato agli aspetti acustici incerti, propri degli oggetti comuni, per esempio acqua e pietre, e delle tecniche per diffonderli – la cui produzione si colloca a cavallo tra installazione e performance, situazionismo in una certa misura, immaginiamo di collocarlo in uno spazio peculiare.”

Glauco racconta che in questo caso, il lavoro era fruibile dal pubblico dopo aver raggiunto in kayak le saline di Cervia, dove interventi “minimi e mimetici” interagivano con gli elementi naturali, in particolare, il vento che doveva muovere un nastro, che avrebbe emesso suoni una volta che fosse stato colpito dal vento. Il giorno previsto per l’appuntamento i partecipanti, tuttavia, a sorpresa, si sono misurati con gli imprevisti della natura. Dopo una mezzora, con il pubblico carico di senso d’attesa, il vento non si è presentato… “Anche Il fatto che mancasse il suono che si aspettava ci fosse, comunque ha offerto un’esperienza molto importante”, afferma Glauco…

…prosegue la settimana prossima…

Fabio Perletta, ÔÇô Tule, 2020, ass. MU, Cesena
Fabio Perletta, ÔÇô-Tule, 2020. Foto di Chiara Pavolucci, gentilmente concessa da ass. MU

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